homechi siamocosa facciamola gazza onlineautoaiutoforuminterventimail
cultura
Racconti
allo specchio
della società
Dibattiti
iniziative
interrogativi
Avvenimenti
dal mondo
del carcere
Siti web
di enti e
associazioni

INDULTO: BEN VENGA MA NIENTE APPLAUSI!

luci e ombre sul recente provvedimento legislativo

Finalmente ci siamo: dopo diciassette anni di promesse mai mantenute e di speranze puntualmente deluse, l’indulto torna ad essere un concreto strumento di politica penitenziaria e non soltanto un oggetto di polemica elettorale. Era tempo.
Era tempo, perché lo stato di sovraffollamento delle carceri italiane aveva da anni superato la soglia della tollerabilità, quantomeno secondo i parametri di una società anche solo mediamente civile.
Era tempo, perché questa situazione produceva una quantità di sofferenza umana e sociale assolutamente inaccettabile per qualunque Stato che si voglia di diritto.
Era tempo, perché in tali condizioni risultava fortemente inibita ogni iniziativa volta al reinserimento sociale e al trattamento rieducativo del detenuto, così come previsto da tutta la normativa ordinaria e costituzionale del nostro paese.
Di fronte ad una situazione di questo genere, obiettivamente ai limiti dell’emergenza umanitaria, ogni considerazione ulteriore doveva senz’altro passare in secondo piano: l’indulto era una scelta obbligata e urgente, posposta sino ad oggi solo dal provincialismo strapaesano di buona parte della classe politica nostrana.
Detto ciò si può ora, a risultato acquisito, ricominciare a discutere criticamente di uno strumento che certamente non rappresenta un trionfo del diritto e che - altrettanto certamente - segnala il dissesto delle politiche penali dello Stato che sia costretto ad utilizzarlo.
Vorremmo, prima di ogni altra cosa, sgombrare il campo da un equivoco ricorrente: checché se ne dica l’indulto non rappresenta né può rappresentare un “provvedimento di clemenza”.
La clemenza appartiene esclusivamente alla sfera dei sentimenti, dei valori religiosi e della morale privata: non ha e non deve avere nulla a che spartire con l’impersonalità che necessariamente presiede al corretto funzionamento del diritto. Trascurare questo punto significa avallare un’amministrazione della giustizia emotivamente ed affettivamente carica: fatta perciò di bontà, di benevolenza, di perdono e quant’altro. Ma allora - con pari legittimità e a seconda dei tempi - fatta anche di odio, di livore persecutorio e di vendetta.
Siamo sicuri che nessuno voglia auspicare una prospettiva del genere.
Ed in effetti, molto più prosaicamente, l’indulto costituisce una mera tecnica di gestione di una situazione di crisi, un utensile per contenere un’emergenza. Una tecnica e un utensile che manifestano tutti gli elementi di inevitabile iniquità che caratterizzano – nessuno lo sa meglio dei detenuti – ogni politica emergenziale.
Certo, sarebbe ingeneroso e fuorviante paragonare l’indulto ai condoni fiscali o edilizi: troppo differenti le componenti di dolore, di afflizione e di avvilimento umano che stanno alla radice del primo rispetto ai secondi. E tuttavia gli effetti del primo e dei secondi si somigliano sotto due aspetti troppo importanti per non indurre alla riflessione.
Innanzitutto gli uni e gli altri creano cittadini – liberi o detenuti – di serie A e di serie B: chi ha terminato la pena prima dell’entrata in vigore dell’indulto viene penalizzato esattamente come chi ha pagato le tasse o costruito regolarmente.
In secondo luogo, cosa di gran lunga più importante, entrambe le fenomenologie tendono obiettivamente ad incoraggiare – da parte dei fruitori come da parte dei legislatori – una sorta di incuria culturale legata al concetto che tanto, in qualche modo, le cose alla fine si aggiustano.
Un paese civile non funziona così, facciamocene una ragione.
E gridiamola, per favore!
Naturalmente questo ci porta all’altro corno del dilemma: cosa è possibile fare per rendere superfluo un “male necessario” come quello di cui stiamo parlando? Crediamo che per poter provare a rispondere a questa domanda occorra, innanzitutto, fare un minimo di luce sulle cause profonde che stanno alla radice della situazione
di crisi strutturale che – da sempre – affligge la realtà penitenziaria del nostro paese. La prima e la più rilevante delle quali, a nostro giudizio, consiste nella radicata e diffusa opinione secondo cui il carcere debba costituire la normale e fisiologica sanzione da irrogare a fronte di ogni e qualsiasi forma di devianza e illegalità.
Non è così: occorre comprendere che la detenzione rappresenta una punizione estrema, consistente nella privazione della libertà. Vale a dire – in dottrina e in letteratura – nella soppressione del bene supremo che specifica la nozione di cittadino, differenziandola da quella di mero appartenente a un aggregato umano.
Un atto di tale gravità e di tale violenza – di conseguenza – non può e non deve essere applicato se non a fronte di comportamenti ed eventi parimenti gravi e violenti: non può e non deve costituire la prima e l’ultima risposta a qualsivoglia inottemperanza ai codici.
Parliamoci chiaro: se si vuole che la realtà penitenziaria passi da uno stato di patologia cronica a una condizione minimamente fisiologica bisogna avere il coraggio di dire che occorre smettere di carcerare chi decide di drogarsi; che occorre smettere di carcerare chi vende cassette o cd masterizzati; che occorre smettere di carcerare chi ruba una bicicletta o una scatoletta di tonno; che occorre smettere di carcerare chi commette un’irregolarità fiscale o contributiva; che occorre smettere di carcerare il piccolo truffatore o l’immigrato irregolare che si arrangia per mettere insieme il pranzo con la cena.
Bisogna avere il coraggio di dire – in una parola – che la galera deve essere l’ultima ratio del controllo sociale: quella che si è costretti a mettere in campo davanti a comportamenti che davvero non possano venire sanzionati altrimenti e che impongano, per la loro gravità, la separazione dalla società di chi se ne sia reso attore.
In tutti gli altri casi – che sono la maggioranza – altre e ben altrimenti articolate sono le forme retributive e sanzionatorie che la collettività può permettersi di implementare: dal risarcimento pecuniario al lavoro obbligato, dalle misure di sicurezza al servizio sociale e via enumerando. Il tutto con evidenti vantaggi tanto sul piano della vivibilità e funzionalità rieducativa degli istituti penitenziari quanto su quello più praticamente economico.
Non si tratta di un punto di vista particolarmente rivoluzionario: da oltre vent’anni ogni dibattito sulla riforma della giustizia e del codice penale si incentra sulla inevitabile e decisa depenalizzazione che ne deve costituire il presupposto primo: con buona pace di chi vorrebbe fare anche dell’immigrazione clandestina una valida ragione per imprigionare gli odierni e disgraziati emuli dei nostri nonni.
è questa la strada maestra da intraprendere, senza ipocrisie e piccoli cabotaggi elettoralistici.
L’alternativa – va detto a voce alta – è quella di continuare a fibrillare schizofrenicamente tra applausi perdonisti e applausi forcaioli: a seconda del momento o della specifica emergenza del caso.
Francamente vorremmo farne a meno.
Francesco Pagani Cesa

collabora al nostro giornale - scarica il pdf della gazza ladra - scarica il testo dell'articolo

 
Copertina
Tempo da buttare?
Pagina 2
Editoriale: eccoci
Pagina 3
Le parole per dirlo
Chi è Tamara
Pagina 4
Conoscere l'AIDS
Speciale indulto
Ai lettori
Niente applausi
Diamo i numeri
Storia e politica
Testo integrale l. 241/06
Spazio U.E.P.E.
Pagina 13
Intervista al Magistrato
La recidiva è fisiologica
Pagina 14
Perchè migranti
Sigaretta e dentifricio
Pagina 15
Vivere e lavorare
 
 

con il contributo

collaborano

2006 la gazza ladra - periodico online dei detenuti di novara - powered by multidea