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LINTERVISTA: MA L'INDULTO NON BASTA

parliamo con Monica Cali, Magistrato di Sorveglianza di Novara

 "E' difficile dare un'opinione in poche parole sull'indulto. Di certo c'è che si tratta di una misura d'emergenza, che se mette un argine nell'immediato al sovraffollamento, non risolve i problemi del sistema carcerario italiano".

E' un giudizio in chiaroscuro quello che la responsabile dell'ufficio del magistrato di sorveglianza di Novara Monica Cali dà dell'indulto, il provvedimento emanato lo scorso agosto.

"In passato atti di clemenza come questo erano concessi regolarmente, addirittura ogni 3 o 4 anni. Ma la realtà trattamentaria era differente: non erano contemplate misure alternative. Oggi, invece, non è più così e indulto o amnistia non sono più l'unica opzione al carcere".

L'indulto, dunque, è il segnale di come in alcuni punti il sistema non funzioni bene.

"Per certi versi è così. L'indulto ha messo a nudo alcuni problemi che vanno affrontati. Ma il discorso riguarda un livello più profondo. Innanzitutto, quello della funzione del carcere, che deve essere per prima cosa riabilitativa. E allora serve investire su un nuovo modello di carcere, dando spazio a quelle figure che possono aiutare i detenuti ad essere reinseriti nella società".

Cosa che l'indulto non fa. Qualcuno cita statistiche secondo le quali la percentuale di recidiva è molto più alta tra coloro che sono usciti per l'indulto.

"Sul Novarese è ancora presto per avere delle statistiche affidabili, ma certo c'è da mettere in luce un elemento: è l'indulto stesso ad essere ingiusto. Perché ne beneficiano solo alcuni: chi ha già scontato la sua pena e chi è stato arrestato dopo il maggio di quest'anno ne è escluso. Credo, poi, che fare semplicemente uscire i detenuti non risolverà il problema del sovraffollamento, che a breve si ripresenterà, e sicuramente non li aiuterà a reinserirsi. è come se un ospedale, siccome ha bisogno di letti, dimettesse i pazienti senza avergli dato le cure sufficienti".

Impegno per il reinserimento, quindi, è la parola d'ordine per quanto riguarda il pianeta carcere?

"Esatto. E paradossalmente l‘indulto interrompe anche i processi virtuosi che si sono già avviati, senza permettere che vengano portati a termine. Esempi positivi come questi sono molti in Italia. A Novara e Verbania, ad esempio siamo stati i primi nel progetto pilota di recupero ambientale. Una forma di impegno e di lavoro per il pubblico che va nella direzione di dare un senso al tempo passato in carcere".

Un progetto fortemente voluto proprio dal suo ufficio…

"Nella prospettiva di un futuro reinserimento nella società il lavoro è fondamentale. A Novara i detenuti collaborano con l'Assa (la municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti e dello spazzamento delle strade ndr.), per la pulizia di aree verdi e parchi. è un'esperienza che non posso che giudicare come positiva, ma serve fare un passo in più. Adesso è gestita nella logica del premio. Per il domani auspico che un sistema di questo tipo possa essere la normalità del carcere".

Dottoressa, lo scenario che emerge è quello dell'indulto come soluzione che lascia aperte molte questioni. Eppure è stato appoggiato da una maggioranza trasversale e richiesto addirittura da Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita al Parlamento italiano.

"Attenzione, il Papa non ha mai parlato di indulto e nemmeno di amnistia. Non ha parlato di soluzioni tecniche specifiche: sarebbe stata un'indebita ingerenza nelle questioni italiane. Quello che ha fatto è stato molto di più: non solo ha chiesto un gesto di clemenza, ma anche un gesto di attenzione per il mondo delle carceri. Attenzione che significa sconto di pena, ma anche un cambio di mentalità di tutti: dai magistrati al legislatore alla gente comune. In questo ho trovato molto bello e significativo il suo discorso al Giubileo delle carceri. Lì il Papa ci ha ricordato che il tempo del carcere, un tempo di sofferenza senza dubbio, è però un tempo di Dio: un tempo che è dato all'uomo e che quindi va vissuto come un tesoro. E per aiutare in questo serve proprio che sia sempre di più luogo che prepara al reinserimento".

Lei parla di cambio di mentalità, anche da parte della gente comune. Qual è la strada da seguire in questo senso?

"Serve per prima cosa cambiare la concezione per la quale il carcere è un universo distaccato dal mondo reale. Una specie di male metafisico di cui è possibile dimenticarsi. Non deve più bastare un indulto per archiviare i problemi del carcere, serve, al contrario, saper scommettere sulla possibilità che i detenuti tornino ad essere una risorsa per la società. E serve che la società abbia il coraggio di accettare questa scommessa".

Andrea Gilardoni

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Copertina
Tempo da buttare?
Pagina 2
Editoriale: eccoci
Pagina 3
Le parole per dirlo
Chi è Tamara
Pagina 4
Conoscere l'AIDS
Speciale indulto
Ai lettori
Niente applausi
Diamo i numeri
Storia e politica
Testo integrale l. 241/06
Spazio U.E.P.E.
Pagina 13
Intervista al Magistrato
La recidiva è fisiologica
Pagina 14
Perchè migranti
Sigaretta e dentifricio
Pagina 15
Vivere e lavorare
 
 
 
 
 
 
 

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