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LE PAROLE PER DIRLO
Questa lettera è stata trovata infilata nel muro di una cella del braccio della morte di Tashkent e fatta pervenire a Tamara Chikunova. E’ stata scritta da Eduard Vladimirovic’ Achmetscin, condannato a morte e giustiziato il 29 ottobre 2003. Il documento ci è stato messo gentilmente a disposizione dalla Comunità di S. Egidio.
Osservando e penetrando nell’animo di ogni condannato a morte, si vorrebbe trovare o cogliere qualcosa, quali sentimenti più di ogni altro lo occupano: che cosa egli prova? A cosa pensa quando ogni giorno vede allontanarsi la sua vita? Tutti vorrebbero saperlo.
Ma sfortunatamente, almeno a me così sembra, questi sentimenti restano misteriosamente nascosti nelle profondità dell’anima umana, dietro la paura, dietro lo sgomento e dietro lo smarrimento e la confusione.
Mentre sto qui ora in questo luogo e medito su questo, posso dire una cosa, che anche il condannato a morte stesso può difficilmente vedere chiaro e spiegare ciò che gli è passato per la mente quando all’una esatta del pomeriggio si è aperta la “porta” della sua cella e dei due occupanti ne è stato scelto uno per eseguire la sentenza. Questo sentimento è inspiegabile, indescrivibile e assolutamente incomprensibile.
Il 28 maggio 2003 è stato qui da noi un esperto, si è intrattenuto con i detenuti delle ultime tre celle prima dell’esecuzione della condanna, cioè della fucilazione, aveva l’incarico di fare un’osservazione sui condannati a morte. Come si è passata la notte, si è dormito, che preoccupazioni si sono avute, si avevano avute esperienze di ricovero in ospedale psichiatrico?
Questo vuol dire che domani o forse oggi stesso qualcuno di quelle tre celle “verrà liberato nell’eternità”.
La situazione nella nostra cella è radicalmente cambiata e anche nelle altre. Qualcuno, nelle nostre celle, sicuramente se ne andrà, dico a Radik e forse sarà qualcuno della cella 3.3, dove sta Scerali.
Noi siamo i più vecchi, Radik mi risponde, forse toccherà a noi due.
Forse oggi è stata l’ultima volta che ci siamo alzati dal letto. Mi accorgo che Radik è molto agitato e piange.
Anche Niver e Sascka, il coreano, “se ne sono andati” insieme dalla stessa cella, gli dico, e così è più probabile che accada che insieme siamo stati e insieme “ce ne andremo”. E’ dal risveglio di stamattina che ci portiamo dietro questo pensiero. Ripresosi dal pianto, Radik dice: metteremo in ordine la cella e puliremo il gabinetto e così saranno lavati i nostri peccati. Ci siamo decisi, è un anno che i nostri materassi restano arrotolati dentro a un sacco e ora è arrivato il giorno, li srotoliamo e mettiamo tutto sul materasso, le scodelle, i cucchiai.
Radik ricomincia a piangere e a ridere allo stesso tempo e io mi metto a scrivere. Scrivere qualche cosa per gli altri, le ultime parole che salgono dal cuore. Il tempo corre, è l’una e mezza. Radik, cosa c’è che non va? –“Vorrei rivedere per l’ultima volta il sole o il cielo”.
E’ curioso, mi rendo conto che per la disperazione mi viene voglia di cantare le canzoni di Viktor Zoi.
Che cosa stiamo provando? Paura? No. Dolore? Neanche. Confusione, emozioni penose, preoccupazione, niente di tutto questo, niente tranne un senso di assoluta mancanza di forze.
Ci siamo preparati in pace e docilmente. Cosa ha provato Albert, il mio amico, a lui eterna memoria. Oppure Banzai, che non è più con noi? Con quelli delle celle vicine spesso ci si parlava. Con Albert sono stato più di tre mesi, il suo compagno è tra queste mura già da cinque anni ed è innocente, insieme si cantavano le canzoni. Sascka, il coreano cantava “Zoia”, non ho avuto occasione di conoscerlo. Albert cantava Gulbadan. Eccoci al 14 febbraio, le due meno un quarto, sul muro della mia cella si trascina un grosso scarafaggio nero, mezzo addormentato, da dove è saltato fuori questo scarafaggio?
Tintinnio di chiavi, sento rumore di passi, cella 3.7, 3.6….Il cuore si è messo a battere sempre più forte, 3.5, si sono fermati. Aprono la cella 3.4, si sente una voce. “Guief, prendi le tue cose” – ancora rumori di passi, si apre la porta della cella vicina, si richiude. Cinque secondi, dieci secondi, fucilato….
Di nuovo si sentono i passi in senso inverso, 3.7, 3.6, 3.5, 3.4. Albert batte tre colpi contro il muro, come si era soliti fare ogni sera per augurarci la buona notte.
Si fermano alla cella 3.2, mi sento il cuore in gola, il corpo mi trema senza sosta.
Fattakhov Albert Karimovic’, dice l’addetto del braccio della morte con calma: “Albert, prendi le tue cose”.
Cosa provavo in quell’istante io, e Albert cosa provava? Era come se ciascuno percepisse i sentimenti dell’altro al di là delle porte delle celle e del muro spesso un metro che ci separava; mi sembrava di sentirlo mentre mentalmente si congedava da me, mi sembrava di sentirlo gridare qualcosa, e sette secondi più tardi giaceva a terra.
E poi, il 15 maggio, all’una meno dieci, in un giorno di vento forte, di temporale, mentre il cielo si faceva buio, anche Khan Aleksandr e Niver presero le loro cose. Due dalla stessa cella nello stesso giorno.
Tanti vengono fucilati, ma alcuni non ce la fanno a reggere e impazziscono, altri la fanno finita e si impiccano, qui nei sotterranei. E oggi, 17 settembre 2003, oggi non so cosa scrivere, non so che fare……….stando qui, non so proprio cosa raccontarvi.
So che ci vorrà del tempo, ma le persone che pensano liberamente devono venire a sapere tutte queste cose. Devono comprendere quel sentimento profondo, amaro e doloroso che in modo subdolo conduce tanti alla pazzia. Forse ci sarà chi mi comprenderà, chi capirà il mio pensiero e lo spiegherà meglio di quanto ora io, come tanti altri, non sia riuscito a fare.
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