PENA DI MORTE : AMMISSIONE DI COLPA
Ebbene sì, Gazza carissima, questa volta ho toppato e devo scusarmi con te.
Mi avevi incaricato, come ricorderai, di sviluppare un'intervista a Dale Recinella, cappellano del braccio della morte del carcere di Raiford (Florida), in occasione della sua presenza in Italia per una serie di conferenze agli studenti delle scuole superiori.
Ed in realtà il tuo devoto cronista era riuscito a combinare il tutto: grazie agli amici di Sant'Egidio, in effetti, ho potuto partecipare alla conferenza che Dale e sua moglie Susan hanno tenuto agli studenti del Liceo Antonelli di Novara il 30 ottobre scorso.
Naturalmente non mi ero limitato a organizzare un incontro: coscienzioso come sono avevo diligentemente preparato una scaletta di domande più o meno intelligenti da rivolgere ai signori Recinella al termine del loro intervento, così come mi avevi espressamente chiesto di fare.
Poi la conferenza è iniziata, e i nostri due amici hanno cominciato a raccontarci la loro esperienza.
E qui il tuo affezionatissimo inviato - lo confesso senza la minima vergogna - ha preso a sbandare vistosamente.
Perché vedi, Gazza diletta, Dale e Susan non ci hanno parlato di filosofia della penalità, di variabili sociali o di indicatori sociologici variamente connessi all'accettazione o al rifiuto della pena di morte nei diversi Stati.
No, loro ci hanno fatto vivere un'esecuzione.
Ci hanno cioè presi per mano e accompagnati, passo dopo passo, lungo le interminabili e brevissime ore che separano il condannato e la sua famiglia da quel momento fatidico in cui il condannato non ci sarà più. Ci hanno raccontato lo strazio dei parenti, il crollo psicologico del personale preposto all'applicazione della condanna, le speranze continuamente deluse, la paura e lo smarrimento del disgraziato di turno.
Ci hanno, in una parola, lasciato toccare con mano tutta l'orripilanza e l'insensatezza della morte inflitta freddamente e per via amministrativa, dopo anni o decenni di permanenza del condannato nel braccio della morte.
Il loro discorso - se mai posso chiamarlo discorso - si è insomma mosso su di un livello infinitamente più concreto e più emotivamente denso rispetto a quello che mi ero preparato ad ascoltare.
Tanto concreto e tanto emotivamente denso che non c'era nessuno in sala - fossero studenti o professori, uditori o interpreti, ospiti o giornalisti - che avesse gli occhi asciutti.
Ecco che, improvvisamente, le mie domandine sulla differente sensibilità europea e americana rispetto alla funzione della pena, sull'influenza dell'11 settembre o della guerra in Iraq e sulla diversa visione dello Stato nel vecchio e nuovo continente mi sono sembrate fuori posto e quasi offensive.
E allora il tuo pessimo cronista, al termine della conferenza, non è riuscito a fare altro che andare da Dale e Susan per cercare di ringraziarli - nel suo Inglese da scuola media e con una vocina decisamente più esile del normale - per tutto quanto erano riusciti a darci.
Non fare quella faccia e non azzardarti a sfottere la mia emotività: sai benissimo che non sono di primissimo pelo e che qualcosa di non propriamente morbido ho visto e vissuto, negli ultimi decenni. Ma ti garantisco che persino tu - uccellaccio cinico e venale quant'altri mai - ti saresti ritrovata con le penne arruffate, di fronte a quanto i Recinella ci hanno permesso di intravedere.
Ad ogni buon conto tant'è: proverò a raccontare in forma icastica e multimediale, nel prossimo articolo, quello che ci è stato regalato: basandomi sui miei appunti e sulla mia proverbiale memoria.
Tenterò anche di raccogliere autonomamente i dati e le tabelline che tanto ti stanno a cuore, nonché di sviluppare qualche riflessione sulla percezione del fenomeno nei diversi quadri geopolitici. Ma l'intervista non c'è e non ci sarà.
Se ti sta bene è così: altrimenti, considerato quanto mi paghi, puoi anche licenziarmi.
Ti prometto sin d'ora che non andrò dai sindacati.
P.s.: Se può aiutarti a comprendermi, tieni presente che ho conosciuto Dale e Susan in un'aula scolastica solo perché ho avuto la fortuna di nascere a Milano anziché ad Orlando (Florida). Altrimenti li avrei conosciuti - e li avrebbero conosciuti i miei familiari - in un contesto assai meno conviviale.
Con l'affetto e la stima di sempre, il tuo affezionatissimo cronista.
FPC
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