CONVEGNO: COMUNICAZIONE COME AIUTO
Pubblichiamo alcuni stralci dell'intervento della dott.ssa Monica Cali, responsabile dell'ufficio del magistrato di sorveglianza di Novara, relatrice del convegno Informazione e carcere, svoltosi a Novara il 6 dicembre u.s.
“La pena, lo dice la nostra Costituzione deve tendere alla rieducazione del condannato. Ciò vuol dire che ha come fine un suo bene che in ultimo si dovrebbe concretizzare nel ripristino cosciente, consapevole, vissuto di un rapporto corretto con la realtà che, sbagliando, poco o tanto, si è voluta censurare (chi commette un reato infatti, nega la realtà personale o materiale nella quale si è trovato e dunque occorre recuperare essenzialmente un rapporto corretto con il reale).”
“Mi è sempre stata cara l'idea (e l'esperienza me lo ha dimostrato) che l'educazione non consiste semplicemente nel dispensare precetti di buon comportamento cui attenersi per un retto vivere, ma è la comunicazione di una esperienza vera innanzitutto per se stessi, che provoca la libertà altrui mettendola in campo (se pensiamo al rapporto genitori e figli non è forse così?). La libertà, poi, si muove non perché sollecitata dalla correttezza di un ragionamento, ma perché affascinata da un'umanità vissuta in cui s'intravede una pienezza dell'umano che valga la pena imitare e seguire.”
“L'informare, il raccontare di sé o di altri più che una trincea in cui si difendono i propri interessi, la propria opinione, è quindi un'espressione dell'educazione perché è un momento in cui, avendo la possibilità di testimoniare la verità dei fatti, di quello che si vede, di partecipare attivamente alla vita degli uomini si finisce con l'essere testimoni delle istanze ed esigenze più profonde (bene, felicità, giusto, bello, buono) e di introdurle ai propri ascoltatori tirando loro fuori, dando loro la possibilità di manifestare (se giustamente provocati) quello che sta come attesa, come bisogno, come desiderio.”
“La comunicazione diventa, dunque, uno strumento con cui prima ancora di cercare di creare un certo consenso o asservire un certo potere, si offre un aiuto alle persone per farle crescere nella loro capacità di scegliere e giudicare, per crescere nella libertà. Questo è credo quello che tutti vorremmo o ci aspettiamo dalla informazione.”
“Come la nostra vita consiste in un equilibrio tra vita affettiva, lavoro e riposo così occorre che anche ai detenuti sia consentito il recupero di questo equilibrio con la creazione e l'incremento di occasioni perché il tempo non sia investito dalla noia, ma dal gusto di quella interazione con la realtà che è mancata a suo tempo. Ecco dunque il lavoro, ecco dunque il recupero della vita affettiva all'interno dell'istituto, ecco dunque la possibilità di scambiarsi testimonianze, esperienze, in diverse forme ed espressioni.”
“In effetti si è detto che la comunicazione sociale e nondimeno quella dal carcere fa parte di un processo educativo, è essa stessa forma di educazione e per ciò stesso comporta una grande responsabilità in chi la effettua e in chi la riceve (educa vicendevolmente) a condizione però che si traduca in una concreta comunicazione cosciente e matura della propria esperienza di sé.”
“La vita comune è pervasa da una grande negatività, entra spesso proprio attraverso i media strangolata ed uccisa. Sapere raccontare questa difficoltà senza negarla o solo saperla raccontare bene (che sarebbe pure peggio) ci fa sentire compagni di viaggio di questa vita, ce la fa avere sempre presente, sentircene parte e ci fa introdurre paradossalmente una speranza in questo orizzonte di negatività (la possibilità intravista). Con una espressione che non vuole essere assolutamente sentimentalista si tratta di bussare ai cuori di chi ti ascolta non col nichilismo di certa informazione o provocatoria denuncia ma con lo spirito di chi cerca di andare al cuore dell'esperienza che per sorte si è trovato a vivere. è in nuce quello in cui il processo espiativo dovrebbe consistere.”
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