EDITORIALE: GRAZIE
Bene: pare proprio che il debutto sia andato al di là di ogni più rosea previsione.
Il numero zero della “Gazza” - in effetti - è stato letteralmente subissato di complimenti, provenienti dalle sponde più diverse: carcerati e magistrati, operatori penitenziari e giornalisti, amministratori pubblici e semplici cittadini, parenti ed amici.
Non possiamo fare a meno di rivolgere un ringraziamento, davvero di cuore, a tutti quelli che hanno apprezzato i nostri sforzi.
E non possiamo tacere che ci sentiamo, al tempo stesso, gratificati e preoccupati.
Gratificati per ovvie ragioni, che affondano le loro radici nella vanità propria alla natura umana.
Preoccupati perché sappiamo - per esperienza - che senza critiche intelligenti ogni e qualsiasi lavoro è destinato ad inaridirsi nella contemplazione di se stesso.
Sicché, in assenza di contributi esterni, proviamo a rivolgerci da noi qualche piccola reprimenda.
Diciamo, innanzitutto, che siamo stati pesanti. Sì, non c'è ombra di dubbio: il numero zero della Gazza non è stato facile da digerire per chiunque non avesse un minimo di frequentazione con le scuole alte.
Ne siamo consapevoli. Ne siamo consapevoli perché si è trattato di una scelta operata in tutta coscienza: quello da cui volevamo (e vogliamo) sfuggire era il luogo comune secondo cui i carcerati non possono fare altro che produrre “giornalini” buoni per le ricette etniche o giù di lì. Cose da niente, in sostanza: valide per ispirare tenerezza o poco più.
No. La Gazza è un volatile serio e anche un po' serioso. Ci tiene e ci terrà sempre a mettere il becco nelle questioni più diverse: con pari dignità rispetto a chiunque altro. Se vi sta bene, cari lettori, è così: altrimenti c'è sempre “Libero”.
Una seconda critica che riteniamo di doverci rivolgere riguarda l'organizzazione del giornale.
Inutile nasconderlo: il primo numero della Gazza - in buona sostanza - è stato concepito, scritto, impaginato e stampato nei ritagli di tempo di un paio di persone o poco più. Così non va.
Non va perché vogliamo far sì che il nostro giornale sia un attore stabile e non episodico della realtà culturale novarese. E allora occorre trovare qualche risorsa: che ci consenta, quantomeno, di poter pagare ai minimi tabellari (magari part-time) un redattore e un amministratore di sito. Poca cosa, vero? Già.
La terza e ultima critica a cui vogliamo sottoporci concerne la ancora insufficiente funzionalità del giornale rispetto al suo ruolo quale vettore di reinserimento abitativo e lavorativo. Non ci siamo ancora: grazie alla cooperativa Multidea siamo riusciti a trovare un lavoro (serio) ad un paio di persone, ma non basta. Non basta perché sono davvero tante le storie esistenziali, le professionalità e le capacità che si dovrebbero poter valorizzare.
Troppe, per le nostre odierne possibilità.
E allora ci rivolgiamo a chi ci legge e reputa la Gazza una risorsa da salvaguardare: date, date, date!
Smettendola con le autoflagellazioni veniamo a questo numero del giornale. Che si impernia - non è difficile notarlo - sulla questione del death penalty.
Questione attualissima, se il nostro Paese si è fatto promotore, in sede ONU, di una moratoria internazionale.
Questione attualissima, se l'esecuzione di Saddam Hussein continua a torcere le budella di chiunque si ritenga leggermente più democratico di Gengis Khan.
Questione attualissima, soprattutto, se proviamo a pensare di dover essere noi a tirare la leva, a fare l'iniezione o ad ordinare il fuoco.
Ecco il punto: pensiamoci.
Francesco Pagani Cesa
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