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PENA DI MORTE : TROPPO STATO O TROPPO POCO

In Europa, da molto tempo, la pena di morte è bandita: de lege o de facto.
Resisteva la Spagna del generalissimo Franco, la Grecia dei colonnelli, il Portogallo di Salazar e, solo nominalmente, la Francia con la sua esperienza giacobina. Ma ormai da quasi tre decenni - nel vecchio continente - lo Stato non uccide più: almeno per legge.
In Italia - cosa di cui abbiamo tutto il diritto di essere orgogliosi - la pena di morte è stata recentemente abolita persino dal codice militare in tempo di guerra.
Insomma: al di qua dell'Atlantico è senso comune, tra le classi dirigenti come tra la maggioranza dei cittadini, che uno Stato non ha il diritto di ammazzare a freddo nessuno.
Altrove le cose non stanno così: perché?

La faccenda presenta qualche problema interpretativo, giacchè non è affatto semplice ricondurre ad unità casistiche disparate come quelle che mostrano i Paesi nei quali il termine boia descrive ancora un mestiere e non solo un insulto.
Prendiamo due casi emblematici e diversissimi tra loro come la Cina e gli Stati Uniti: è obiettivamente difficile immaginare due traiettorie storiche e culturali più differenti. Da un lato abbiamo infatti una realtà in cui l'individuo (da sempre) è poco o nulla mentre lo Stato è tutto; dall'altro abbiamo una grande democrazia in cui l'individuo (anche qui, da sempre) rappresenta il centro del discorso mentre lo Stato “deve levarsi dai piedi per quanto possibile” (Reagan).
E' possibile trovare un minimo comune denominatore che consenta di comprendere questa curiosa consonanza - sul tema dell'omicidio legale - tra ordinamenti giuridici e sociopolitici così differenti?
La questione può forse essere parzialmente affrontata - sia pure con molte difficoltà - prendendo in esame l'eterno ed eternamente irrisolto rapporto tra individuo e istituzione.
In Europa, bene o male, nel corso dei secoli e nel fuoco di mille battaglie sanguinosissime, questa relazione cruciale si è a poco a poco addolcita nei suoi caratteri: la politica è stata “addomesticata” (Sartori) e si è data dei limiti verso l'alto (limitando costituzionalmente i poteri dello Stato) e verso il basso (limitando costituzionalmente i poteri del demos).
Nei due casi emblematici che stiamo esaminando, viceversa, questa opera di aggiustamento garantista bipolare non si è ancora sedimentata completamente: in un senso o nell'altro.
In Cina non si è mai pervenuti ad una limitazione seria e non nominale del potere dello Stato. Giocano in questo una molteplicità di fattori storici e culturali che sarebbe puerile tentare di descrivere con un minimo di accuratezza in poche righe. Possiamo forse dire, semplificando sino all'osso la questione, che probabilmente un ruolo rilevante lo abbiano giocato - in progresso di tempo e nel corso dei millenni - la dimensione fortemente collettivizzata tipica di tutte le grandi civiltà idrauliche, il lungo autoisolamento del Celeste Impero, il nazionalismo ideologico difensivo di un grande Paese troppo spesso invaso e soggiogato, la matrice antindividualista e statalista del marxismo-leninismo e così via.
Come che sia il tutto sfocia, sintetizzando molto lacunosamente, nel mancato riconoscimento della persona (e della sua vita) quale fine in sé. Da Confucio e dal dispotismo orientale sino al centralismo democratico - in questo senso - si è effettivamente fatta poca strada: l'individuo rappresenta sempre e comunque una variabile dipendente e strumentale dell'insieme societario, sia esso rappresentato dall'Imperatore, dalla famiglia, dal Partito Comunista oppure – più recentemente - dall'imperativo della crescita economica guidato dal PCC.

In Usa, per contro, non si riesce a pervenire ad una regolamentazione concordata del potere - elettorale e mediatico - esercitato dalla pancia del demos sulla classe dirigente. Una classe dirigente che deve le sue fortune politiche al gradimento di breve periodo di un elettorato culturalmente orientato - nei suoi grandi numeri - alla rigida osservanza della legge del taglione.
Anche qui il discorso chiama in causa l'interazione tra fenomenologie diverse e relativamente distinte tra loro: la precedenza storica delle società civile sullo Stato, propria ad un Paese di emigranti; la conseguente formazione dal basso dello Stato medesimo nel corso della Rivoluzione; l'arcigno individualismo connesso a quello spirito della frontiera iconograficamente rappresentato dal giudice Lynch (a cui dobbiamo il verbo linciare e i suoi derivati); la forte connotazione religiosa - sub specie puritana e veterotestamentaria - di un Paese costruito dai pellegrini del Mayflower e da altri sopravvissuti alle guerre di religione europee; il tasso di violenza proprio ad una realtà in cui le armi sono generi di consumo e via discorrendo.
Senza contare, venendo alla cronaca, che la tragedia dell'11 Settembre non ha certamente accresciuto la già bassa popolarità di Beccaria negli States.

Se le cose stanno così vale la pena di chiedersi quali aspettative sia lecito nutrire circa la normalizzazione - nei due casi esaminati - della relazione tra individuo e istituzione. è ragionevole presumere che mali opposti richiedano e richiederanno rimedi opposti: ma quali?
Per quanto riguarda la Cina - e i paesi in genere estranei alla tradizione democratica occidentale - si può sperare che le stesse dinamiche del mercato e della modernizzazione possano portare ad una restrizione dello strapotere istituzionale sul cittadino: è il percorso classico seguito da tutti i paesi occidentali, che hanno subito una progressiva e felice strutturazione della società civile (sindacati, partiti, corpi intermedi etc.) come effetto collaterale della crescita economico/culturale e della conseguente presa di coscienza del demos circa i suoi inalienabii diritti.
Ma in America? Qui il discorso è paradossalmente più difficile: più difficile perché praticamente privo di precedenti storici a cui potersi riferire. Siamo relativamente esperti circa le procedure necessarie per allargare la democrazia, molto meno rispetto al che fare quando si tratta di restringere il potere dell'agorà: ossia quando si tratta di superare quella tirannia della maggioranza che Alexis de Tocqueville analizzò magistralmente già nella prima metà dell'ottocento.
Il classico precedente svizzero non aiuta: sul tema del diritto di voto alle donne lo Stato federale elvetico poté permettersi (molti anni dopo l'introduzione del suffragio universale, concesso nel 1971…!) di richiamare energicamente all'ordine un Cantone refrattario, minacciando - in caso di ennesimo risultato referendario negativo - di intervenire dall'alto. Purtroppo le unità di grandezza sono talmente diverse da rendere improponibile l'esempio: tre unità cantonali non fanno un solo quartiere di Los Angeles.
E poi, diciamocelo, un'amministrazione fondamentalista e born again come quella della famiglia Bush seconda generazione non autorizza soverchie speranze circa il superamento ideologico dell'occhio per occhio.
Sarà la progressiva prevalenza della matrice culturale ispanico/europea a restituire agli USA - anche su questo tema - quella leadership morale che il death penalty infirma ogni giorno?

C'è da sperarlo: per gli Americani e per tutti noi.

Francesco Pagani Cesa


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Copertina
Molla chi boia!
Pagina 2
Editoriale: grazie!
Pagina 3 - convegno
Informazione e carcere
Cosa ha detto Margara
Pagina 4 - convegno
Comunicazione = aiuto
Speciale pena di morte
Troppo Stato...
A colloquio con Donald
Ammissione di colpa
Una giornata speciale
Chi sono Dale e Susan
I buoni e i cattivi
Pagina 10
Il trattamento
Pagina 11
Natale a Villa Segù
Una giornata col nonno
Pagina 12
La Gattabuia
Pagina 13 - UEPE
Il Servizio sociale
Pagina 14
Abbasso il grigio!
Disabili all' università
Pagina 15
SER.T.
La Gazza va al mercato
Pret a porter
Pagina 16
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