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PRIMO VIAGGIO: LONTANO
Un bacio lungo un libro.
"Fai schifo, hai il cappello da Braz!", ridacchia un piccoletto dal basso."Falla finita Fratetappo, meno spirito da patata o te lo scordi il Circo!", ridacchia una ragazza dall’alto. Dalla porta socchiusa di casa un uomo, chiuso nel suo maglione, segue i due, li segue con gli occhi e con il cuore e pensa in pochi metri di cortile che presto quelle ombre, corta e lunga, correranno fuori, lontano da lui, su altre strade, oltre il cancello, lontano...
"Domani mi porti al cinema?" tentativo."No, domani parto, torno a Milano" risposta. "Ah." sospiro."Però… ti scrivo!", fine.
Rientra in casa, nella sua scatola di pietra, calda di ricordi, soffiata da spifferi e bucata da tante finestre. Scorge, addormentata su un tavolo, una scatola di legno tempestata di disegni rubati ad un libro. Si specchia chiara nel vetro di una bottiglia, scura. Da quanto stava lì? Da quando? Perché? Alza il coperchio, prende fra le dita, stringendoli come petali di un fiore sconosciuto, tanti cartoncini colorati, tante fotografie luminose, tante figure sorridenti, tante cartoline con tanto di bollo e, inquieto, si infila gli occhiali e legge, piano, la fronte corrugata, d'impegno. Una volta tanto rincorre le parole solo per sé.
Una casa di pietra e una scatoletta di legno, chiuse. Cose. Eppure… eppure certe cose sanno, loro così ferme e silenti, così discoste e mute, portarti dove non sai, dove non puoi, dove non riesci, a volte dove non vuoi… fuori dai muri, lontano. Gonfie di richiami, suggeriscono parole divine, parole che sanno di musica, parole che corrono col fiatone in cerca di qualcuno, parole che saltano fossi e burroni, parole che rimbalzano irridenti come le piroette di un clown. E non le ferma nemmeno il vento più furioso e dispettoso: vanno, semplici, inesorabili, lievi, feroci… Vanno e sanno di carezze mancate e profumano di sorrisi invisibili. E tutto in così poco… Parole e parole…
"Oggi sono passata per Orvieto… ho catturato per te un pezzo di arcobaleno!", un dono, fatto di zucchero filato e di colori, un pezzetto di sole rubato su in alto e spedito con un soffio da una donna a un bambino e... Sicuro, lui l'acchiappa al volo con un retino prima che si sciolga nel vento il rosso e il blu, lo soppesa nel cavo della mano e, soddisfatto del gioco di brillantini, lo infila dentro una...
"A Venezia non ci sono boschi… chissà dove fan la cacca gli orsi?", un risolino con rima, lanciato nell’aria densa di una città d'acqua, ora naviga festoso e frizzante lungo i canali tortuosi dell'impossibile fino a una casa di pietra e... Sicuro, lui con un cucchiaio di legno lo pesca, lo strizza al sole, se lo mette nella tasca senza buco, se lo porta irriverente fino a scuola e, solo la sera, ormai appisolato, lo infila dentro una…
"Ti do un bacio lungo come un libro” e un bacio passa tra le gambe di chi passa, si cala nella metropolitana, balza, di nascosto, su un treno , si catapulta dal finestrino e atterra in punta di piedi nella stazioncina di un paese e... Sicuro, lui avverte un soffio caldo che gli spazzola i capelli, che gli pizzica la punta del naso, che si insinua dentro la maglietta, che gli scappa fuori dai calzoni, finché, con uno scatto improvviso, lo cattura, lo tiene tra le dita come ala di farfalla e, ancora tiepido, lo infila dentro una… "Domenica. Giornata stupenda. La mia terrazza è piena di fiori. Finestre aperte e sole. Vado a passeggiare…", e un profumo giallo e rosso si alza sulla città troppo grande e accompagna la ragazza lungo le strade tagliate dai tram, lungo i marciapiedi abitati da alberi antichi, fino a un parco, puntino verde tra il grigio crudo. Sicuro, lui la rincorre e si trascina dietro il suo aquilone rosso e un pacchetto di caramelle arancio. Grida un nome, scoppia un ciao e insieme fanno volare nel cielo più strambo del mondo l'uccello di carta. E vola, vola, vola, finché col fiato corto si infila serpeggiante dentro una…
L'uomo posa con antica cura le parole rubate dentro la scatola di legno. La richiude. Apre una finestra, quella che sorride al vento di marzo, e aspetta. Una voce lo chiama, lontano. Vicino, una voce lo chiama...
Alfredo Stoppa - 02/01/2007
Lontano
La mia? Una vita piatta, per destino. Nata nella soffocante pianura, fin dall’infanzia tristemente avvezza ai toni di grigio: grigio-foschia, grigio-città, grigio-nebbia, grigio-afa. Grigio-neve-sporca. E’ come se, qui in pianura, fosse sempre stesa una coperta: più o meno leggera, ma non necessariamente in accordo con la stagione. Niente seta, o chiffon, per la pianura: i malinconici veli vaporosi ammantano solo laghi e colline. E niente fiocchi di gelido cotone, o lana spessa e bianca, prerogativa delle altezze; nemmeno il ricordo di fresco tulle arricciato che si libra sulle fonde, tumultuose distese marine. Per la pianura, una vecchia coperta sintetica, greve e ammuffita, sotto cui il fiato ristagna, spento.
La pianura padana è una pianura con la p minuscola. Nulla a che vedere con le Grandi Pianure increspate come un mare d’erba in cui il pellerossa poteva cavalcare indisturbato per giorni. (Beh, non sempre indisturbato; ma questa è un’altra storia). La pianura padana è attraversata dal Po, che a sua gloria può vantare solo il fatto di essere grande. Nessuno osa spingersi a definirlo bello. Persino il suo delta, pur con le sue canne e i suoi uccelli, è piatto, così piatto che fa piatto anche il mare. L’Adriatico, almeno nel suo tratto settentrionale, è tanto liscio da dare un senso di lieve stordimento. Sembra che ci si possa camminare sopra. La pianura si addentra nel mare; ed è difficile stabilire chi vinca e chi soccomba.
Io amo i turbamenti. Tanto dell’anima quanto del paesaggio. Mi sgomenta, che lo sguardo si perda nella fosforescenza malsana delle risaie; i colori sciapi del piano mi disturbano, i rumori – rane e insetti nel migliore dei casi, l’inquieto sferragliare di treni lanciati nella notte – non hanno nulla di poetico per l’orecchio.
Corrono, e nessun ostacolo li ferma. Io voglio qualcosa che si frapponga al mio sguardo: qualcosa di massiccio e di non costruito dall’uomo, antiche mura di roccia. Qualcosa che mi preceda e che mi sopravviva, forte solo del proprio senso, indifferente al fluire del tempo. Un’áncora massiccia, al di sopra di tutto – anche di me. Ho bisogno di una montagna, per poter immaginare il suo oltre.
Eppure, in pianura cresce di tutto. Crescono i cereali, tutti uguali; e la ricerca genetica ha il suo trionfo. Pannocchie enormi, coltivazioni di povere mucche, piantagioni di polli e di maiali. La pianura è un luogo in cui si raccoglie e si uccide agevolmente, in modo molto moderno. Crescono case, cantieri, rotaie.
Crescono ciminiere, giustamente grigie. E il cicorione nei campi, sicuramente delizioso, irrorato dagli scarichi di milioni di auto. La pianura è ricca. E’ la casa del progresso.
Ma io ho una cucina, e la cucina ha una finestra. La mia arma segreta. Guarda verso ovest, se sporgo un po’ il collo persino nord-ovest. Ovviamente, si affaccia sulla pianura – per un po’. E, per la gran parte dell’anno, la caligine stende la sua coperta annoiata sull’orizzonte, piatto. Nulla affiora, solo tetti e antenne. Qualche albero.
Ma vi sono giorni limpidi, giorni di vento che viene chissà da dove e chissà dove va. Allora il balcone è l’albero di una nave; le nuvole vele altissime, e laggiù in fondo, in una gloria senza tempo e senza luogo, finalmente scorgo terra. Le Alpi. Bastioni bianchi e azzurri contro un cielo stanco. Skyline maestoso ritagliato sulla sera.
Lontano.
Silvia Schenone -15/01/2007
Il viaggio
Ancora una volta quel fischio. Ancora una volta le porte si chiusero e lasciarono ai due solo la possibilità di un altro sorriso, la possibilità di un altro saluto con la mano.
Il treno partì.
Ogni volta la stessa sensazione: quel grosso vuoto, le parole non dette, quelle non pronunciate per paura, la paura di perderlo, di non meritare più la sua stima: "non deve sapere che tu soffri per lui", ti diceva la tua coscienza.
E intanto il treno andava, ma non era il dondolio ad accompagnarti. Era un movimento molto più brusco, violento. Era una tempesta, la stessa che trascinava quella barca che avevi visto in quel quadro durante un film, che sere prima avevano trasmesso alla televisione: i colori del dipinto erano vivaci, ma nel contempo rendevano l'idea della sciagura, che ormai attanagliava i poveri pescatori. Sì, ma in quel film il protagonista finiva con il fare le sue scelte, con responsabilità. Tu ancora non ne avevi avuto il coraggio.
Anche quella volta tanti chilometri stavano per dividerti da lui, anche quella volta i momenti felici vissuti si dissolvevano rapidamente, e tu non eri riuscita a dirgli quali sentimenti si agitavano dentro di te!
E così tornavi alla vita di tutti i giorni, quella che non ti faceva sentire soddisfatta del tuo lavoro, quella che ti faceva crucciare per i rapporti difficili con le persone che ti stavano intorno. Tanto, pensavi, tra due settimane lo rivedrò, farò esperienze interessanti, staccherò la spina!
E così passarono i mesi ...
Durante il tempo che trascorreva, c'era qualcosa che continuavi a non fare: guardare in faccia la realtà. Oltre che a lui, tu nascondevi a te… nascondevi la consapevolezza di tutto il tumulto che si agitava dentro di te. Non volevi riconoscere che tu eri la prima a cui volevi far credere di stare bene.
Ed ora che tutto ti crolla addosso, ora che c'è il vuoto fuori e dentro di te, non ti resta che la consapevolezza di ammettere che fuggivi, fuggivi da tutti i fallimenti, da tutto ciò che non avevi mai voluto accettare. Andavi lontano, cercavi qualcosa altrove, ma non facevi altro che scappare da te stessa, sperando che, una volta o l’altra, qualcuno avrebbe potuto agire al posto tuo.
Mimma Visone - Napoli 30/01/2007
Ratafià
Clara cammina tra la folla del sabato pomeriggio, ormai quasi sabato sera. Coppie di anziani dal passo sincrono contendono il marciapiede a famiglie in libera uscita coi bambini che s’impuntano davanti alle gelaterie. Venite, ragazze! strilla alle amiche una donna col capello fresco di parrucchiere. Clara la guarda, l’altra, a sua volta, squadra Clara che attraverso lo sguardo della sconosciuta prende nota della sua faccia stanca, del trucco sfatto, delle mani che stringono i sacchi del supermercato. Del suo solitario andare. Sentendosi patetica, Presto! pensa e, con una virata, scansa una mandria di adolescenti. Presto! e imbocca il portone.
Presto! e si arrampica su per le scale. Gira la chiave nella toppa e, nemmeno il tempo di entrare, viene aggredita da quell’odore. E da quel lamento imperioso:
“Clara, sei tu? Ero in ansia, a mamma! Aggiustami il cuscino, la schiena mi dà i tormenti. Claretta… ti sei ricordata del ratafià?”.
Gesù, il ratafià! Scaraventate le buste sul pavimento, Torno subito! grida Clara ed è di nuovo per strada. S’è fatto tardi, i lampioni sono accesi, mentre è spenta l’insegna con la scritta “Coloniali”. Il vecchio proprietario del negozio sarà andato a casa a prepararsi un brodino. Strozzati! lo maledice Clara dal profondo del cuore. Fu lui, secoli prima, a vendere a sua madre la prima bottiglia di ratafià. Suo è quel modo ridicolo di definire il liquore di ciliegie che, sprofondasse il mondo, va offerto ai parenti in visita domenicale. E sua è la colpa se ora lei si precipita, con zelo degno di miglior causa, in un bar ancora aperto. Rataché? le chiede l’uomo dietro il bancone. Disperazione. Clara cammina verso la Ferrovia, ogni passo un pensiero ai giorni consumati tra lavoro ed esigenze dell’essere che, disteso sul letto, le sta succhiando la vita. Cure parentali, detto così pare una nobile missione, invece è solo schifo e sfinimento, solitudine e rancore. Perfino il barbone che ora le passa affianco, trascinando buste di stracci, sta meglio di lei. Almeno è libero di andare e venire senza dar conto a nessuno. Libero perfino di dare i numeri, e infatti sentilo, come smadonna contro chiunque gli capiti a tiro. Clara accelera il passo, non voglia il cielo che diventi lei il bersaglio di quel fluviale malcontento. Ma lui, che deve aver fiutato la sua paura, torna indietro, le si piazza di fronte. Il cuore di Clara batte forte, l’istinto le dice di scappare, ma sarebbe un errore, come è sbagliato fuggire quando un cane ti abbaia contro. Così lo guarda dritto in faccia e lui ricambia lo sguardo, ma senza ostilità. Nei suoi occhi c’è dolcezza mista a… pietà, le verrebbe da dire, se il solo pensiero non fosse inammissibile. Poi parla. Lontano! dice. E, con l’aria di uno che s’è tolto un pensiero, se ne va per i fatti suoi. Clara cerca di calmarsi. Lontano! Chissà che gli è passato per la testa, allo squilibrato, per permettersi di guardarmi come se mi leggesse dentro. Lontano! Come ad indicarmi una via d’uscita. Lontano! Ma guarda se doveva capitarmi pure questa, proprio stasera che quando torno senza ratafià chi la sente, quella. Lontano! E se non tornassi? Potrei salire su un treno. Bruciare i documenti e con la cenere cospargermi la testa come ultimo segno di penitenza per averla lasciata a dannarsi e a morire da sola. Lontano! Mentre io, senza più nome né doveri, attenta solo al mio respiro, forse potrei… Lontano! Il bar della Stazione. Entrare e chiedere, ecco quello che va fatto. E, se ne uscirò a mani vuote, vorrà dire che il destino ha stabilito che così deve andare.
Clara sistema il cuscino a sua madre, svuota le buste, ripone ogni cosa al suo posto. Poi siede in cucina. La bottiglia è sul tavolo. Svita il tappo, si versa un dito di liquore in un bicchiere. Poi cambia idea. Attacca le labbra al collo della bottiglia e dà un lungo sorso. E’ dolciastro, il ratafià, ma lascia in bocca un retrogusto amaro. In fondo, però, non è poi tanto male. Più tardi, magari, ne berrà ancora un po’.
Antonella Ossorio - 02/02/2007
Tempo
Stanco, di una stanchezza senza nome... stanco, per nulla e per tutto... Così, con il capo ciondoloni, guarda se stesso e cerca sollievo nel dolore dell’autocommiserazione.
La vita gli scorre intorno lenta, tranquilla, con il ritmo - banale ma vero - di una realtà con il suo tempo cucito addosso come un’etichetta trasparente.
Invano cerca di trovare il passo giusto e ogni volta il piede troppo corto gli restituisce il fastidio di una fretta da nevrosi, senza senso, senza scopo.
Ansia da recupero...
Manca il fiato, manca l’ora, non ho spazio, non vedo nulla se non il grigio...
Domande, domande affollate, affogate, inutili, senza risposta. Se una scelta avesse potuto realmente cambiare ieri l’oggi in un altro uomo... chi sarebbe costui?
Qualcuno compiuto e non questo scherzo, questo scherzo sociale che finge la normalità dietro un tempo vuoto.
Dove va o vorrebbe andare se non ha una strada dietro di sé? con uno passato lontano - troppo lontano per essere visto - ed un domani soffocante - costretto in un tempo troppo vicino.
Egidio Giuliani - 05/07/2007
Ti racconto una storia
"Ti racconto una storia che fa guarire" disse.
"E perché dovrei guarire?" rispose, seccato.
"Vedi? stai proprio male! non ho detto: ti farà guarire."
"Stronzo! Non giocare allo psicologo con me che non lo sopporto..."
"Ok, comunque non stai bene ed io la storia te la racconto lo stesso."
..........
Quando stai male tu lo sai e se poco poco non sei un masochista di questo male vorresti proprio liberartene. Ci sono situazioni bloccate, dalle quali ad un certo punto non sai proprio come uscirne e se ti metti ad analizzarle, più le analizzi più ti rendi conto che sono impalpabili e non girano attorno ad un problema reale. O meglio non è un solo problema quello che le genera ma un accumulo di problemi, di difficoltà e di incertezze che si sono giocate la tua esistenza da quando eri piccolo. Allora ti convinci di essere tu il problema, di non avere soluzioni né qui né ora né mai...
Resta la fuga come unica alternativa, ma di fuggire dal tuo mondo, dalla tua piccola e banale esistenza non se ne parla e così, quasi senza rendertene conto, ti convinci che solo la tua fine sarà la fine dei problemi.
Anche questa, come tutte le storie, comincia dalla fine, quando la decisione è ormai stata presa. E la fine, se è stata decisa dopo aver superato mille dubbi ed un milione di paure, deve seguire un rituale, deve rispettare un tempo ed un modo, ma, soprattutto, essere giustificata.
Scrivo una lettera – pensi – dove spiego i miei perché.
La lettera inizia, scorre via facile facile, come se fosse indirizzata ad una vecchia amica, un amore sempre coltivato e mai perduto…
Il foglio è ormai pieno di parole ed altre urgono per uscire. Ti concedi un respiro, poco più di sospiro ed al foglio un altro se ne aggiunge ed un altro ancora.
Ma i pensieri non la piantano di fluire dalla punta della penna, fino a che la stanchezza rende pesanti braccia ed occhi. Quella notte dormi finalmente tranquillo e la mattina inizi un nuovo giorno fresco e riposato: una sensazione che non ricordavi più.
La notte successiva continui: nuovi fogli si sommano ai vecchi ed altre notti sono mute testimoni di un raccontar incessante che scorre via leggero sempre più leggero accompagnandoti verso un nuovo giorno. La notte, la penna e la carta diventano i tuoi compagni, la meta della giornata che aspetti con ansia. Ti racconti ed un poco ogni volta ti senti più vivo: qualcosa che finora si nascondeva dentro di te sembra prender forma, articolandosi e contorcendosi in colori ed emozioni sempre nuovi. Dove erano prima questi pensieri? Perché avevano vergogna di manifestarsi? La decisione di morire aveva cancellato ogni pudore sapendo che ciò che si leggeva era di un corpo ormai inerte.
Ma cos’è che racconti, se non la tua morte? Se non la dolce tranquillità di una partenza programmata della quale hai preventivato ogni passo e fotografato ogni minimo istante? Serenità di una sofferenza che sai perfettamente quando finirà, perché sei tu che decidi di spegnere l’interruttore, serenità di una sofferenza che quando finirà innaturalmente non ti farà soffrire.
Guardi la fiala del desiderio che abbuia la luce e ti senti finalmente felice.
………………
E ti racconti una storia che ti sta facendo guarire, che gira attorno ad un liquido miracoloso protetto da un pezzo di vetro, che rende amica la morte strappandola al caso ed al dolore, che è sempre più bella ed affascinante, che un giorno qualcuno ha letto e pubblicato, che ti ha reso improvvisamente famoso, che… che… che…
……….
Ti racconto una storia che non fa guarire, perché un giorno ti svegli e ti accorgi che parli a te stesso, che tutto è sempre stato solo un sogno e quel che sembrava ormai tanto distante, esorcizzato dalle parole sbiascicate su fogliacci sparsi al vento, è sempre stato accanto a te, pervicacemente aggrappato alla tua schiena e decidi di non svegliarti più con quell’illusione.
……..
Ti racconto una storia che parte da lontano e finisce con il Tanax.
Osvaldo Capri - 13/07/2007
Lontano lontano
30 anni vissuti nel solito luogo: nella terra in cui si è nati, in cui abitano i familiari, gli affetti e le persone care.
Poi la partenza: saluti e distacchi per arrivare in una città nuova, in cui bisogna abituarsi ad un altro paesaggio, un altro clima, con nuove abitudini e stile di vita. Nuovo e diverso anche il lavoro, nuova la casa, diverse le persone. Ogni giorno, la fatica di ricominciare, di mettersi in gioco, di convivere con la solitudine, di imparare e sbagliare, assieme alla curiosità di annusare la nuova realtà, fatta di luoghi e soprattutto di persone, alla curiosità di sperimentare nuove amicizie ed una vita autonoma, tutta da inventare e gestire. Nel corso del tempo, le amicizie sono diventate importanti ed i luoghi familiari.
Poi, sperato ma improvviso, atteso ma quasi temuto, il rientro a Casa. Distacchi e saluti: stavolta si torna in una realtà ben conosciuta, ma non tutto è come prima. Anch'io sono diversa.
Devo ritrovare il mio posto nella mia terra, sapendo che il pensiero ed il cuore saranno rivolti anche a tutto quello di positivo che ho lasciato nella nuova città, che tanto mi ha donato.
Annalisa Tognoni - 15/07/07
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