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LE RAGIONI DELLA VITTIMA PESANO DI PIU' DI QUELLE DEL REO?

Forum delicato e forse troppo provocatorio ma che vorremmo costruttivo.

Riflettiamo su come stemperare la divisione vittima/reo che impedisce un sereno dialogo per avviare una serie di riforme in direzione di un diritto penale minimo (meno carcere per un minor numero di reati ed un maggiore ventaglio di pene alternative).

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Poche e stringate considerazioni per iniziare il dibattito.
1) Il rapporto vittima – reo si produce solo nel momento della commissione di un reato: prima e dopo non può esistere e/o non deve esistere. Non può esistere prima, giacchè i protagonisti del rapporto non hanno ancora impersonato i panni della vittima e del reo; non può né deve esistere dopo, atteso che entrambi gli attori, da alcuni secoli a questa parte, sperano o temono che un soggetto terzo ed impersonale – lo Stato – si occupi della faccenda in vece loro.
2) Il rapporto vittima-reo, pertanto, è qualcosa da combattere comunque: combattendo i reati, naturalmente, ma combattendo anche i regressi premoderni e tribali di chi vorrebbe restaurare la faida, talvolta a fini elettoralistici e talvolta a fini di lucro. Magari in qualità di parente professionista.
3) Per ciò che attiene invece la questione delle rispettive ragioni – della vittima e del reo – il discorso è tecnicamente impossibile poiché la vittima - in quanto oggetto irresponsabile e non soggetto di un atto - non può avere ragioni o torti propri che travalichino quelli generalmente accordati dagli ordinamenti ad ogni cittadino: essere protetto e vivere all'interno di uno stato di diritto che assicuri giustizia. Il reo, viceversa, essendo soggetto personalmente responsabile di un'azione (in questo caso criminosa) può disporre di ragioni e torti specifici i quali, sotto la forma di attenuanti e aggravanti, vengono clinicamente testate in ogni dibattimento.
4) Quindi, e per concludere: togliamoci dai piedi la questione del rapporto vittima/reo. Entrambi gli enti, al di fuori degli attimi in cui si consuma il reato, non hanno nessun rapporto reciproco. La vittima ed il reo, dal momento successivo alla commissione del reato, si rapportano entrambi al soggetto impersonale - e democraticamente statuito - che abbiamo delegato a fare giustizia. Il resto può riguardare la sindrome di Stoccolma oppure le pulsioni rambovendettistiche dei frequentatori di bar. Sono fatti medici o di costume su cui si può discutere, naturalmente: ma non in termini di diritto. Già da qualche settimana, direi…
Francesco Pagani Cesa

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