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LA PENA DELL'ERGASTOLO È ARGOMENTO DI ATTUALITÀ?

In Italia II dibattito riguardante l'abolizione del "fine pena mai" è proposto quasi periodicamente, e in modo molto discreto, all'opinione pubblica, per questo è opportuno analizzare i motivi invocati e le argomentazioni che, in conseguenza di ciò, la politica, il volontariato e le varie Chiese dibattono. Di fronte al compimento di un crimine, ancor più se mortale, sorge, comprensibilmente, inevitabilmente, ed a volte poco spontaneamente, la voce della gente la stessa solidarizza con la vittima, è naturale che lo faccia, e si sente spinta a rispondere alla violenza con la severità della pena ed alla morte con l'inflessibilità estrema dell'ergastolo.

La politica, e perciò l'etica su cui si vorrebbe basato il vivere civile, dovrebbero però, a mio avviso, saper annullare il sentimento di vendetta e saper far prevalere il principio di equità della “giustizia" stessa. È pensiero sostenuto dagli studiosi di quel concetto innovativo che aspira a veder camminare insieme alla pena, comminata da un tribunale in un processo giusto, il recupero ed il reinserimento, È perciò consequenziale che una simile rivoluzione giuridico culturale preveda l'abolizione del "fine pena mai". Come ergastolano sono tra coloro che si battono affinché il “fine pena mai" sia abolito (considerazione ovvia di cui vorrei però fosse riconosciuta la legittimità), asserisco che la pena, se collegata ad una concreta azione risocializzante, meglio potrebbe tutelare la società civile in quanto essa promuoverebbe il dovere civico della responsabilità ed inciderebbe proprio sul nodo essenziale della recidività, come le stesse analisi ministeriali affermano.

I concetti appena espressi possono apparire di non facile applicazione soprattutto perché le vicende succedutesi nell'ultimo ventennio hanno lasciato che la nazione si affossasse in uno stato emergenziale, già avviato con la lotta al "terrorismo", che non ha certo favorito la volontà di cambiare le cose.
Va tuttavia detto che le varie commissioni (Grosso, Nordio e, ultimamente, Pisapia) incaricate dell'elaborazione del codice penale, hanno mostrato, nelle loro fasi esecutive, la volontà di voler meglio tutelare i diritti (civili, politici e religiosi) del cittadino, il tutto partendo dall'inviolabile rispetto delle norme su cui è fondata la comunità degli uomini.

Sono consapevole del fatto che quando si discute dell'abolizione del “fine pena mai”' troppi imputano alla causa abolizionista una pericolosa arrendevolezza al mondo criminale oppure ad interessi "politico economici" particolari. Se così fosse coloro che si oppongono dovrebbero affermare che la Costituzione, laddove prevede e garantisce il rispetto della dignità di ogni individuo e richiede alla giustizia stessa un'opera riabilitativa, è cosa fallimentare di cui non si deve tener conto.
Io, viceversa, sono convinto che la Storia, seppur travagliata da continue ed enormi tragedie, ci sollecita a ragionare su nuove possibilità, ci chiede di verifìcare il grado di maturazione del pensiero normativo che considera le pene esclusivamente tendenti al “reinserimento graduale del condannato".
È il concetto di inesorabilità che va ridiscusso.

Vorrei dare pure uno sguardo alle sanzioni che vengono inflitte in tema di diritti civili e politici:
- L'art. 48 della Costituzione stabilisce che «// diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile per effetto di una sentenza penale irrevocabile”, limitazione dunque a causa di una sentenza definitiva ma non consequenziale interdizione perpetua.
- Di contro l'art. 29 del c.p. più specificatamente riporta che: «/a condanna all'ergastolo e la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a 5 anni comportano l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici».
- L'art. 27 comma 3 Cost. stabilisce: «/e pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»,
- Di contro l’art. 32 c.p. riporta: «la condanna all'ergastolo comporta la decadenza della potestà dei genitori».

Gli obiettivi prinicpali su cui porre la dovuta attenzione dunque sono: la riabilitazione el'a risocializzazione della persona condannata. Si tratta di finalità estremamente importanti e che solo con l'applicazione della legge Gozzini sono state inserite a pieno titolo nella storia del diritto penale, anche se purtroppo, su di essa si sono incentrate troppe dispute teoriche che hanno segnato sia gli indirizzi della scienza penale italiana degli ultimi anni sia la concreta applicazione di quei principi riformatori.

La ragione principale dell'esistere, per chi vive in carcere, l’interesse a cui ognuno di noi aspira fino in fondo, è l'esigenza di un pieno reinserimento sociale così da riconquistare (o veder restituita, laddove la carcerazione è materia subita ingiustamente) quella dignità carattere inalienabile di ogni cittadino desideroso di vivere nel suo ambito familiare ed in collettività. È anche importante far notare come l'azione che il codice utilizza nei confronti del cittadino (mi riferisco a quella “forza" esercitata in prospettiva della commisurazione della pena) laddove è comminato l’ergastolo costituisce un'azione certamente più violenta rispetto a qualsiasi altra forma di intervento poiché, con il suo carattere perpetuo, tende ad escludere il cittadino condannato da ogni futura possibilità di reinserimento nella vita pubblica, e faccio questa considerazione proprio a partire da un confronto con gli articoli Costituzionali riguardanti, in particolare, gli indiscutibili fini rieducativi della pena.

Oggi i temi di una discussione pubblica sul "diritto" è necessario vadano indirizzati su argomenti che trattino non solamente l'umanizzazione dei luoghi di detenzione od il dovere civile di un giusto contributo al lavoro di ricerca del diritto all'Interno delle strutture penitenziarie ma anchel'abolizione dell'ergastolo.
È ormai sempre più riconosciuto che una esecuzione della pena orientata al principio "retribuivo" è degradante per il condannato e priva di senso per la stessa società, non è infatti un caso che nel novero degli addetti ai lavori l'idea retributiva è alquanto considerata da parte di giudici e pubblici ministeri ma lo è assai meno dagli organi dell'esecuzione.
Questi ultimi riflettono molto di più sulla idea “rieducativa" e, parimenti sulla considerazione e sullo sviluppo degli uffici delle aree trattamentali.
Essi hanno a che faref per un tempo più o meno lungo, con la persona condannata e possono dare al «tempo» un senso il più significativo possibile Nel contesto attuale, ed a mio avviso in qualsivoglia ambito, l’idea della sola punizione non è in grado di offrire alcuna validità etico sociale all'esecuzionepenale, quella pratica ha, al contarrio, un effetto poco incisivo sulla reiterazione del delitto. Relativamente a questo argomento sono in corso alcune riforme, altre ritenute necessari sono in fase di progettazione e da tutte quelle io auspico non siano escluse quelle ipotesi (sino ad oggi purtroppo rimase tali) che vogliono creare condizioni adeguate al graduale ma effettivo reinserimento (familiare e lavorativo) dei detenuti sottoposti a pene lunghe.

La scontro tra i sostenitori e gli abolizionisti dell'ergastolo avviene su una linea di demarcazione piuttosto netta: i primi affermano di essere i soli attenti al dovere che impone ai governanti di proteggere la società e di difendere la vita dei cittadini; i secondi, che peraltro mai si sono sognati di respingere quell'impegno, sono preoccupati pure della persona "condannato" e si rifiutano dì perdere la fiducia in un uomo, qualunque sia il suo passato, qualunque sia la sua condizione. Sono giunto così al termine.
In questo elaborato ho cercato di offrire spunti all'analisi di una materia difficile e grave quale è l'ergastolo, tema che in tutta la sua "corporeità" mi coinvolge poiché colpisce direttamente me ed i miei cari. Ho cercato di esporre le mie argomentazioni senza lasciarmi trasportare dalle mie istintive passioni e nel farlo mi sono rivolto a tutti coloro che, volendo, se ne potrebbero servire per un'analisi compiuta e mirata della mia storia, della mia personalità e dello stesso mondo carcerario.

Mi sento di affermare che questo è un piccolo invito ad una riflessione serena poiché esaminare il "carcere" e discutere dell'ergastolo sono cose delicate difficili però non impossibili, e solo l'allontanamento dei pregiudizi ed un'azione lungimirante atta anche a sviscerare le cause delle paure sociali possono aiutare senza clamori ed enfasi ma con onestà intellettuale,i sostenitori dell'ergastolo a ridiscutere, senza per questo perdere l'orgoglio, le loro posizioni affinché il confronto sia cosa di tutti e la partecipazione a questo sia davvero attiva, limpida, concreta.
Biella, 20 aprile 2007- Carcere sezione I3V
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