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QUALI PROGRAMMI PER L'ARCIPELAGO CARCERE ?

In queste poche righe vorrei tentare di proporre alcune argomentazioni attorno al tema della programmazione delle politiche di intervento rivolte alle persone coinvolte dal sistema del controllo penale, evidenziando la frammentarietà dei tentativi, laddove esistono, e l’inadeguatezza delle risposte che gli avamposti del welfare sono di norma in grado di fornire.

Dapprima un’annotazione relativa alla complessità implicata dal sistema penale, ovvero alla sua capacità di porsi quale unità di interesse/ricerca sociale al centro di un intricatissimo intreccio di sfere di significato, simbolico, culturale, linguistico. Molteplici sono infatti gli ambiti di sapere esperto di volta in volta interessati ad esaminare, secondo angoli visuali particolari, aspetti caratteristici di questa complessità. La pena, da sempre, implica un terreno di ricerca e di azione di grande interesse e delicatezza: metro autentico della capacità di auto osservazione e analisi dei sistemi sociali moderni e della loro capacità di operare correttivi sulle loro contraddizioni più evidenti.

E’ necessaria una elevata dose di accortezza ogniqualvolta ci si approccia a questo sistema tanto complesso e ricco di prospettive di analisi: elevati sono infatti i rischi di scivolare in forme assai pericolose di riduzionismo, legate a retoriche pietistico paternaliste piuttosto che indistintamente clemenzialiste.

Un nodo da sempre al centro della questione penale è quello relativo al senso, ovvero alla questione di come e quanto il nostro sistema di controllo penale sia di per sé in grado di tendere ad una qualche forma di senso. Ben al di là dal rifarsi alle dottrine classiche sulle funzioni della pena, in grado di rispondere in modo assai variegato, anche se troppo spesso formalmente, rispetto al cosa la pena dovrebbe servire, il tema del senso dovrebbe essere in grado di spingerci ad interrogarci su quali spazi residui la pratica quotidiana di funzionamento del sistema di controllo penale apre rispetto alla prospettiva del significato dei singoli percorsi in cui le persone sono coinvolte.

Si tratta di comprendere in qual misura le dimensioni di valore implicate in un discorso sul significato dei percorsi di giustizia siano concretamente presenti nell’ambito delle prassi operative dei soggetti che agiscono in nome e per conto della collettività. Quali siano gli spazi effettivi per l’emersione di temi quali quello della responsabilità individuale verso le vittime o della collettività verso le storie di marginalità, della dignità delle persone, della Giustizia, delle dimensioni etiche del cosa sia giusto fare o non fare.

A volte risulta davvero sconcertante constatare come il nostro ormai malfermo sistema di welfare e - quindi le pratiche di intervento rivolte alle persone che entrano in contatto con il nostro sistema di controllo penale - non offrano alcuna garanzia di risposta intesa in termini di offerta di occasioni di natura inclusiva alle persone risucchiate, per scelta o per circostanze, dal funzionamento della penalità.
E questo nonostante l’esistenza di discipline formali evolute ed aperte alle dimensioni di valore prima citate: vedi la riforma penitenziaria del ‘75 e le sue successive modifiche.
Ne consegue che, a fronte del dato certo relativo alla immanenza del sistema di controllo penale in tutte le sue articolazioni - da quelle più marcatamente repressive a quelle deputate all’attività di risocializzazione - esiste un dato assolutamente incerto relativo alla disponibilità di offerte di occasioni direttamente rivolte alle persone per provare a costruire un futuro differente.

Domandiamoci a quale mutamento di fisionomia andremmo incontro se l’efficacia/efficienza del sistema nella sua complessità, invece di essere valutato sulla base di discutibili quanto rassicuranti evidenze statistiche - quali il numero delle denunce penali raccolte, dei procedimenti pendenti, degli arresti in flagranza o delle persone coinvolte in attività lato sensu di “rieducazione” - venisse invece ponderata sulla effettiva capacità di far fronte in modo incisivo alle condizioni che concorrono a determinare l’entrata in gioco dello strumento penale in relazione alla violazione delle regole del gioco.

Verrebbe quasi da pensare che l’obiettivo principale del sistema - lungi dal riguardare la capacità di incidere sulle traiettorie esistenziali delle persone, promovendo in modo autorevole nuove forma di adesione responsabili e convinte al patto di cittadinanza - fosse quello di garantire la propria autoriproduzione.

Esiste senza dubbio una questione aperta relativa a come poter dare corpo ad un sistema di interventi capaci di dispiegare i loro effetti direttamente sulle condizioni di vita delle persone, rendendo possibile l’accesso ad opportunità di inclusione sociale. L’analisi degli strumenti normativi che danno forma agli interventi di welfare rivolti alle fasce più marginali della collettività non offre purtroppo alcuna indicazione cogente in grado di vincolare le articolazioni periferiche dell’apparato Pubblico a forme di azione qualificata, indirizzate alle persone a rischio di ingresso in circuiti criminali ovvero a quelle già toccate dal campo penale. Esistono qua è là estemporanei riferimenti al tema delle persone detenute o ex detenute, senza che vi sia alcuna possibilità di intravedere un disegno politico chiaro attorno al cosa si vuole fare e al come lo si vorrebbe fare.

Talvolta le poche risorse potenzialmente disponibili non vengono attivate a causa dell’elevatissimo indice di frammentazione di funzioni e competenze vigente in seno alla funzione pubblica, concentrata per lo più sulla definizione di aree di intervento esclusivo piuttosto che sulla garanzia di efficacia rispetto al conseguimento di obiettivi.

In questa intricatissima vicenda legata si colloca sullo sfondo la pratica di dissipazione dei profili di responsabilità individuale e istituzionale di tutti gli interlocutori che a diverso titolo sono coinvolti nel funzionamento del sistema di controllo penale:dai decisori politici a tutti i livelli ai pubblici funzionari:sino ad arrivare alla società civile ed alle organizzazione attraverso le quali si esprime, troppo spesso concentrate sulla utilità “economica” di taluni interventi piuttosto che sulla loro capacità effettiva di collocarsi all’’interno di una politica complessiva tesa al senso. Per non parlare della collettività non organizzata, colpevole di non prestare alcuna resistenza alla cultura dell’insicurezza e della prevenzione verso ciò che è diverso, veicolata comunemente dai media informativi.

In futuro mi piacerebbe proporre alcuni approfondimenti riguardo alle tesi sostenute, provando a ragionare su casi di studio concreti in grado di aiutarci a comprendere come le cose accadono nella pratica e quanto, al di là di ciò che comunemente si dice, sia difficile tentare di promuovere politiche di intervento strutturali tese al perseguimento degli obiettivi sopra richiamati.

Intervento del Dott. Marco Girardello, criminologo ed esperto di politiche penitenziarie.


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