DISCUTIAMO DI PENA DI MORTE
Vi sono al mondo paesi in cui per crimini diversi che vanno dall’omicidio ai reati fiscali, dalla corruzione al furto di animali, la vita può essere tolta per legge, con una condanna a morte.
Ma in tanti paesi del mondo, così come nella coscienza di un numero sempre crescente di persone, si va affermando con il passare del tempo l’idea che la pena di morte sia un genere di condanna che non debba essere più inflitta, per nessun tipo di reato.
Si avverte sempre di più che la pena capitale è la violazione irrimediabile al valore della vita e - anche per ciò che porta con sé come prigionia e modalità di esecuzione - della dignità umana. Nel contempo si va sempre più chiaramente definendo come non offra alcun contributo costruttivo agli sforzi della società nella lotta contro il crimine violento, essendo provato che risulta priva di effetto deterrente.
All’Italia, in questo campo, spetta un primato positivo. E’ infatti il Granducato di Toscana, nel 1786, il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte. Da allora, si è fatta strada l’idea che la legge non possa difendere la vita attraverso la morte inflitta dallo Stato.
Non sono mancati momenti e luoghi in cui qualcuno abbia chiesto la reintroduzione della pena di morte, soprattutto in paesi in guerra o in forte crisi economica e sociale. Ma nella convinzione che lo stato non deve esercitare la propria forza di difesa uccidendo, si è creato e consolidato un fronte comune che riunisce laici e credenti, gente di culture e religioni diverse e che, con una forte accelerazione negli ultimi trent’anni, ha fatto sì che il numero di paesi abolizionisti sia triplicato; tanto che ad oggi il numero dei paesi abolizionisti (per legge o di fatto) ha di una buona misura superato quello degli stati mantenitori.
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