 |
L'ESPERIENZA DELL'ARRESTO: IL RACCONTO
Sono un ragazzo di 28 anni. Quando sono stato arrestato e portato in carcere ne avevo solo 19.
Ricordo il giorno del mio arresto come se fosse accaduto oggi: rammento le sequenze di quella giornata, le sensazioni che ho provato. All’inizio non credevo di vivere una situazione reale, sembrava quasi che stessi assistendo ad un film in cui non ero io il protagonista.
Quando arrivai con la volante della polizia davanti al carcere e vidi aprirsi quel grandissimo portone, mi si fermò quasi il cuore: stentavo a credere che tutto quello stava accadendo proprio a me.
Appena sceso dalla macchina, mi portarono all’interno del carcere, mi tolsero le manette e mi rinchiusero in una piccola cella senza sedie, né tavoli. Solo un letto fissato col cemento nel pavimento. Le pareti sporche e piene di scritte sembravano emanare un odore talmente forte che penetrava nella testa.
Dopo due ore arrivarono 3 agenti di polizia penitenziaria. Uno di loro mi disse: “Muoviti, che ti portiamo in matricola!” Io non capivo: non sapevo cosa fosse la “matricola” e perché ci dovessi andare.
Mi portarono prima in una stanza dove mi fecero spogliare. Ero impaurito; cominciai a togliermi le scarpe, i pantaloni, la maglietta e pensavo che questo bastasse. Ma un agente mi invitò a togliermi tutto perciò rimasi completamente nudo. A questo punto mi fecero fare le flessioni sulle gambe, non certo per mettere alla prova le mie capacità ginniche! Passarono un metal detector su tutto il mio corpo. Mi sentivo umiliato, demoralizzato, provavo un senso di vergogna mai provato prima, neanche nei momenti più critici della mia vita. Dopo essere stato perquisito da capo a piedi, mi portarono in un’altra stanza dove mi fecero premere le dita prima su un tampone zuppo di inchiostro e poi su una scheda. Mi fecero le foto di fronte e profilo e poi mi accompagnarono di nuovo nella stanza dove ero stato perquisito.
Lì mi consegnarono 2 lenzuola, una coperta, una saponetta e due piatti di ferro. Mi riaccompagnarono in una cella, sempre molto piccola , augurandomi una buona permanenza.
Quella notte sembrava non volesse più finire, tanti pensieri si accavallavano nella mia mente e mi martellavano la testa. Intanto la paura cresceva sempre più.
Il giorno seguente arrivò nella mia cella un ragazzo olandese: avrei dovuto sentirmi più tranquillo non essendo più solo e potendo condividere le mie paure, la mia angoscia con chi stava vivendo un’esperienza come la mia. Ma già il suo aspetto mi scosse: era molto alto, la testa completamente rasata e tatuaggi disegnati su tutto il corpo. Presi coraggio e gli chiesi per quale motivo fosse stato arrestato. Con tono freddo e distaccato mi rispose: “Per omicidio”. Con quell’affermazione sentii il mio cuore congelarsi, quasi non sentivo più il suo battito ed un brivido passò su tutto il mio corpo. Cominciai a sentire un gran freddo e poi, all’improvviso, mi sembrò di essere in mezzo ad un incendio. Non sapevo più cosa dire, come comportarmi con quel ragazzo: ne avevo paura.
Dopo 15 giorni arrivarono degli agenti che invitarono me ed altri 5 detenuti a prepararci perché ci avrebbero portati in sezione. Fino a quel momento ero stato in una cella di isolamento.
In quel momento tirai un sospiro di sollievo perché in quei 15 giorni avevo vissuto il vero inferno: non avevo nulla, né per poter provvedere alla mia igiene personale, né vestiti per potermi cambiare; ad aggravare questa situazione la mancanza totale di notizie dei miei genitori e della mia convivente.
Prima di arrivare in sezione attraversai un lungo corridoio pieno di porte con cancelli; le pareti bianche e grigie, i cancelli grigi… un colore che lasciava presumere quello del mio futuro. Un tetro silenzio veniva spezzato solo dal rumore dei cancelli che si aprivano davanti a me per poi richiudersi alle mie spalle.
Arrivato davanti alla cella chiesi permesso agli altri detenuti e mi presentai. Da quel momento iniziò il mio lunghissimo periodo di detenzione che non auguro proprio a nessuno di vivere.
Non immaginavo che la vita in carcere fosse così; è proprio un mondo a parte dove esistono regole e comportamenti anche tra noi detenuti e la cosa incredibile è che queste regole non sono scritte da nessuna parte e devi impararle al più presto, prima di sbagliare e rischiare in prima persona.
Le giornate sono sempre uguali: al mattino sveglia alle 7-7.30 (ma perché ci si deve svegliare così presto quando spesso non si ha nulla da fare?)
Si rifà il letto ed il più giovane deve fare il caffé per tutti gli altri.. Alle 8 gli agenti entrano in cella per fare “la conta” e la “battitura” delle sbarre. Il rumore metallico e rimbombante di questa operazione ci ricorda ogni mattina dove siamo, ammesso che ci sia qualcuno che possa dimenticarlo!
Si aspetta poi il proprio turno per andare in bagno e mentre si aspetta ci si augura che non entrino di nuovo gli agenti per qualche perquisizione. Poi ci si prepara per andare all’aria. Alle 9 gli agenti aprono la porta di ferro della cella e uno per volta si esce. Veniamo perquisiti e poi si arriva all’aria che a me fa pensare ad una grande piscina senza acqua, dove tutti camminano avanti e indietro. Si parla, ma i discorsi vertono sempre sugli stessi argomenti: i processi, gli arresti, l’avvocato, le misure alternative.
Alle 11 si risale in cella, ma prima veniamo di nuovo perquisiti. Si apparecchia la tavola e si aspetta che arrivi il pasto sperando che ci siano cibi graditi, altrimenti si deve cucinare qualcosa all’interno della cella. Questo se hai la fortuna di trovarti in una cella dove i detenuti possono permettersi di acquistare generi alimentari. In carcere c’è moltissima povertà e perciò non tutti possono fare la spesa.
La spesa non puoi farla tutti i giorni, o quando ti rendi conto che manca qualche ingrediente per cucinare. Si fa una volta la settimana e non si possono spendere più di 100 euro, comprese le sigarette. Se sei l’unico ad avere soldi devi cercare di spenderli in maniera oculata perché dovrai fare la spesa anche per gli altri. Questa è una delle regole più importanti da osservare in carcere. Poco importa se la tua famiglia avrebbe bisogno dei pochi soldi che guadagni lavorando in carcere: prima si devono aiutare i compagni di cella.
Alle 13 si esce ancora all’aria: di nuovo perquisizione, camminata avanti e indietro nella piscina senz’acqua, di nuovo discorsi sulla pena, l’arresto, gli avvocati, i processi. Alle 15 si torna in cella dopo essere stati perquisiti per l’ennesima volta. Poi ci si prepara per andare in doccia, se è giornata di doccia! Infatti non è possibile farla quando si vuole o si ha necessità: vi sono i giorni previsti (2 a settimana). In tal caso si chiama l’agente per essere autorizzati ad andare. La doccia non può durare più di 5 minuti.
Si ritorna in cella e si fanno le pulizie al termine delle quali si comincia a cucinare per la cena. Se non si è esperti di cucina è un bel guaio, perché non è facile cucinare per 6-7 persone con un fornellino da campeggio!
Verso le 16,00 tornano le guardie per fare la conta e la battitura. E’ il momento più atteso della giornata, perché dopo queste operazioni ci viene consegnata la posta. La speranza di ricevere una lettera, una cartolina è grande, ma non quanto la delusione di essere stati dimenticati. Ricevere corrispondenza è come essere fuori dalle mura del carcere per una manciata di minuti. Aspetti le notizie della famiglia e ti auguri che siano BUONE notizie. Tanti sono gli stati d’animo che si provano in quegli attimi: felicità nel constatare che fuori qualcuno ti ha pensato, ma anche ansia, preoccupazione, paura…sì, paura che la tua donna ti scriva ciò che non è riuscita a dirti a voce durante quell’unico colloquio settimanale, e cioè che vuole rifarsi una vita lontano da te, che non ce la fa più ad entrare in carcere, ad essere perquisita, ad affrontare da sola la dura vita fuori.
Verso le 19 si cena e si guarda il telegiornale. Poi si lavano i piatti e si decide cosa guardare in televisione. La scelta è sempre difficile da fare: ognuno ha i propri interessi e mettere tutti d’accordo a volte è proprio un’impresa difficile, anzi spesso questo diventa motivo di lite.
Alle 20.00 gli agenti fanno di nuovo la conta, dopodiché chiudono i blindi; a quel punto inizia la parte più dura della giornata: la notte!
Quando ti stendi sulla branda cominciano a venirti tutti i pensieri e non sono mai bei pensieri! Pensi ai tuoi genitori, alla tua donna a tutte le persone che da libero credevi amiche e che dopo l’arresto sono sparite: né una notizia, né una cartolina ricevuta.
In quei momenti capisci veramente chi sono le persone che contano veramente: i tuoi familiari! Sono solo loro a starti vicini nei momenti in cui il mondo sembra crollarti addosso! I tuoi familiari: gli stessi che hai fatto soffrire a causa di scelte fatte in maniera superficiale; scelte che ti hanno rubato il bene più grande: la libertà! Allora pensi a quando li vedrai a colloquio, il momento più atteso della settimana; chiudi gli occhi e provi ad immaginare quel momento: pensi a tutte le cose che vorresti dir loro, ai ricordi che ti legano alla tua famiglia, alle speranze che nutrivano per il tuo futuro, ai sacrifici fatti per farti crescere bene… pensi, pensi, pensi…e ti accorgi che i tuoi genitori sembrano invecchiati precocemente, ad ogni colloquio sembrano più chini su se stessi, ogni volta hai l’impressione che la tristezza si sia insinuata nel loro cuore. Provi a focalizzare il loro ultimo sorriso…sì, lo ricordi, quello di tua mamma durante l’ultimo colloquio e solo ora ti rendi conto di quanto fosse poco spontaneo e naturale quel sorriso…..Vorresti piangere, ma qui non puoi far vedere i tuoi momenti di cedimento; le tue emozioni, verrebbero interpretate come debolezza e non puoi permettertelo. Tiri indietro quelle lacrime e pensi che tra qualche ora sarà domani…un altro domani identico all’oggi!
Alessandro Vignati - Casa Circondariale - Novara
|